Dal 16 gennaio, presso il Teatro Massimo Città di Siracusa, andrà in scena Penelope, con Ester Pantano e la regia di Luana Rondinelli.
Il mito dell’eroina nella ventennale attesa rivolta al suo sposo Ulisse e in questa dilatazione temporale vissuta, Penelope scopre dimensioni vaste e insondate di sé che fatalmente collidono con le delimitazioni di una cultura e società a misura della potenza – più che del potere – maschile e senz’altro meno rispetto a quella femminile. Di qui un annodarsi di interrogativi e visioni che, sulla scena delle parole, assume i contorni di uno spettro di reviviscenze intermittenti di episodi del passato, messi a emblematico confronto con l’adesso, il poco fa e il domani in cui si dimena l’animo inquieto della sovrana.
Flashback, ritorni al presente e al recente, irrisolti sguardi al futuro, dunque, che vengono raccordati grazie agli interventi che l’autrice riserva a tre umorose Parche: intelligentemente poste nella pièce a cucire e scucire i fili che, come da mythos, danno intreccio e foggia decisiva alle storie e ai destini umani. Artefatto che, filato di giorno e disfatto nascostamente di notte, non si completa lasciando così alla donna altro tempo.
Penelope decostruisce l’ordinamento temporale precostituito: ne spezza la costrittiva spirale per ricomporre semmai un modo diverso di affrontare il Divenire. Un modo, ossia, divergente e divaricante in rapporto alle chiusure e pressioni conferite da una visione invece convergente del vivere, mirante perciò a un unico punto o limite come – tra gli altri – la stessa società odierna ci vuole imporre: con la sua ossessione per il risultato, il raggiungimento di obiettivi e traguardi a tutti i costi. Quando, invece, ognuno di noi è un viaggio, un molteplice evento tramato di vitali impermanenze e derive che, nel loro dirompente accadere, cercano con integrità la direzione spaziante.
